La Burmilla è una gatta che sembra disegnata da un orafo e si comporta come una gatta qualunque: sale in braccio, vi segue in cucina, dorme sul divano. Il mantello argentato con la punta del pelo appena velata di colore e gli occhi contornati da una riga scura le hanno dato la fama di gatta «truccata», ma la sua storia vera è molto più prosaica e molto più simpatica: nasce nel 1981 da una porta lasciata aperta per distrazione.
Questa guida mette in fila che cosa la Burmilla è davvero — carattere, mantello, salute — e che cosa comporta prenderne una in Italia: quale pedigree ha valore, chi rilascia i documenti, quali due test del DNA vanno chiesti all’allevatore e perché l’anagrafe felina italiana è ancora una mappa a macchia di leopardo. Abbiamo anche tolto dalla circolazione alcune cifre che girano da anni su questa razza e che non reggono a un controllo.
Burmilla: la carta d’identità della razza
Burmilla: la carta d’identità della razza · 8
| Fatti in breve sulla razza Burmilla | |
|---|---|
| Origine | Gran Bretagna, 1981 |
| Gruppo di appartenenza | Asian: la Burmilla ne è la varietà argentata |
| Codice di razza | BML nel sistema FIFe · BMS nel sistema WCF (pelo corto) |
| Peso da adulta | 3,5–7 kg |
| Longevità | 12–16 anni |
| Mantello | corto o semilungo, argentato shaded oppure shell |
| Occhi | grandi, dal giallo-verde al verde, con il contorno scuro |
| Test del DNA da chiedere | PKD1 e ipopotassiemia ereditaria (WNK4) |
Importante: il gatto Burmese ha trasmesso alla Burmilla energia e socievolezza, e il gatto Persiano il raffinato «velo» argenteo del pelo.
1981: la porta lasciata aperta
Nella gattaia della baronessa Miranda von Kirchberg viveva un giovane Persiano cincillà argento, Jemari Sanquist, comprato come gatto di casa e non come riproduttore: era già in programma la sterilizzazione. Poco prima dell’intervento una persona addetta alle pulizie lasciò socchiusa una porta, e nella stanza accanto c’era una gatta Burmese lilla, Bambino Lilac Fabergé, nel pieno del calore.
L’11 settembre 1981 nacquero quattro gattine. Erano tutte a pelo corto e tutte di un nero argentato sfumato che nessuno dei due genitori mostrava: il gene argento del Persiano si era posato sulla struttura e sul temperamento del Burmese. La baronessa non archiviò l’incrocio come un incidente da dimenticare; capì di avere per le mani qualcosa che nessun programma di selezione aveva progettato.
Vale la pena dirlo senza retorica: questa razza esiste per una porta che nessuno aveva chiuso. Di solito chiudere la stalla quando i buoi sono scappati non serve a niente; qui è servito eccome, perché da quella fuga è nato un gruppo di razze intero.
Dal caso alla razza: il gruppo Asian
Il lavoro di fissazione fu portato avanti dalla baronessa insieme all’allevatrice Therese Clarke e ad altri appassionati britannici. Nel 1984 nasce il Burmilla Cat Club e ci si accorge presto che gli incroci Burmese × cincillà non producono soltanto gatti argentati: dalla stessa base escono anche soggetti a tinta unita, fumé, tabby e a pelo semilungo.
La soluzione britannica fu elegante: invece di moltiplicare le razze si creò un gruppo, l’Asian, con cinque varietà — Self (tinta unita), Smoke, Shaded, Tabby e la semilunga Tiffanie. La Burmilla è la varietà Shaded, quella con il famoso velo d’argento. Il nome, del resto, è una crasi trasparente: Burmese più chincilla.
Il riconoscimento ufficiale, data per data
Qui vale una regola d’oro: le date circolano storpiate. Su parecchi siti si legge «TICA 1999», ed è semplicemente falso. Ecco il quadro come risulta dai documenti delle federazioni.
Il riconoscimento ufficiale, data per data · 7
| Sistema | Tappa | Quando |
|---|---|---|
| GCCF (Gran Bretagna) | statuto preliminare all’interno del gruppo Asian | 1990 |
| GCCF | Championship pieno per tutte e cinque le varietà Asian | 2003 |
| FIFe | razza pienamente riconosciuta, codice BML | 1° gennaio 1995 |
| CFA (Stati Uniti) | ammissione al registro | 2011 |
| CFA | classe Championship | 2014 |
| TICA | delibera nel 2014, in vigore dal | 1° maggio 2015 |
| WCF | codice BMS, colonna «riconosciuta da: tutte» | in vigore |
La riga della WCF merita una lettura lenta. Nell’elenco ufficiale dei codici la Burmilla a pelo corto compare in categoria 3 con la dicitura «riconosciuta da: tutte», cioè da WCF, CFA, FIFe, TICA, GCCF e dalle federazioni australiana, neozelandese e sudafricana insieme. Per una razza nata da un incidente domestico è il massimo punteggio ottenibile.
BML, BMS, BSH: come prendere lucciole per lanterne
Se comprate una Burmilla in Italia vi troverete in mano un certificato con una sigla di tre lettere. Attenzione, perché la stessa sigla non significa la stessa cosa in tutti i sistemi: è la trappola più facile in cui cadere leggendo i propri documenti.
| Sigla | Nel sistema FIFe (quindi ANFI) | Nel sistema WCF (quindi FIAF e club affini) |
|---|---|---|
| BML | Burmilla a pelo corto, razza pienamente riconosciuta | Burmilla Longhair, cioè la variante semilunga |
| BMS | non in uso | Burmilla a pelo corto, categoria 3 |
| BSH | British Shorthair | Brasilian Shorthair (qui il British è BRI) |
| TIF | Tiffanie, indicata come razza non riconosciuta | Burmese Longhair / Tiffany |
Tradotto in pratica: due proprietari italiani possono confrontare due certificati, leggere entrambi «BML» e stare parlando di due gatte con un tipo di pelo diverso. E se qualcuno vi mostra un documento con «BSH» sostenendo che si tratta della linea British della vostra Burmilla, prima di annuire guardate quale federazione ha emesso la carta.
Il caso della Tiffanie è ancora più istruttivo: è lo stesso gatto, ma nel Regno Unito ha ottenuto il Championship pieno nel 2003 all’interno del gruppo Asian, mentre nel sistema FIFe resta classificata fra le razze non riconosciute. Stessa gatta, due destini espositivi opposti a seconda dell’associazione a cui ci si iscrive.
ANFI e il Libro genealogico: che cosa vale davvero in Italia
In Italia il mondo dei gatti di razza ha un punto fermo istituzionale: l’ANFI, Associazione Nazionale Felina Italiana, con sede a Torino. È legalmente riconosciuta con decreto ministeriale del 6 agosto 1997 e, con un decreto successivo del 9 giugno 2005, è l’associazione autorizzata a tenere il Libro genealogico del gatto di razza. È l’unico registro genealogico felino che in Italia abbia un riconoscimento del Ministero delle politiche agricole.
Sul piano internazionale l’ANFI è uno dei circa quaranta membri della FIFe, la Fédération Internationale Féline, di cui fu tra i fondatori: la delegazione italiana era a Parigi nel 1949, quando la federazione nacque. Non è un dettaglio da collezionisti di date. Significa che lo standard con cui un giudice valuta la vostra Burmilla a Torino, a Padova o a Bari è lo stesso applicato a Helsinki, e che il codice stampato sul certificato è quello FIFe: BML.
Come funziona in concreto. L’allevatore denuncia l’accoppiamento e poi la nascita della cucciolata all’Ufficio Centrale; è l’associazione — non l’allevamento — a emettere il certificato di iscrizione al Libro genealogico, cioè quello che tutti chiamano pedigree. Da qui una conseguenza pratica: carta canta, ma solo se la carta viene dall’ente che tiene il registro. Un foglio stampato in casa con logo e cornice non è un pedigree, per quanto elegante sia la grafica.
Accanto all’ANFI operano in Italia altre realtà. La FIAF (Federazione Italiana Associazioni Feline, con sede a Mantova) e diversi club aderiscono al circuito WCF; esiste inoltre un numero contenuto di soci di club TICA e CFA. Sono associazioni legittime, organizzano esposizioni serie e rilasciano propri certificati, ma quei documenti seguono i codici WCF e non sono iscrizioni al Libro genealogico riconosciuto dal Ministero. Sapere in quale sistema si sta comprando evita malintesi a valle, soprattutto se un domani si vorrà allevare o esporre.
Curiosamente, l’Italia non ha una razza felina tutta sua
Il Paese che ha dato al mondo mezza dozzina di razze canine autoctone non ha, nel mondo dei gatti, una razza nazionale riconosciuta dalle grandi federazioni. Non è una svista: la selezione felina organizzata è un fenomeno recente e prevalentemente anglosassone e nordeuropeo, mentre in Italia il gatto è stato per secoli un animale utile — il gatto di cascina — e non un progetto genetico.
Attenzione a un equivoco frequente: il Gatto Europeo è una razza pienamente riconosciuta dalla FIFe, ma non è «la razza italiana». È la standardizzazione del comune gatto domestico a pelo corto del continente, un lavoro condotto soprattutto in area scandinava e formalizzato dalla FIFe nel 1982. Il soriano del vostro cortile, in altre parole, è cugino stretto di una razza riconosciuta, ma non per questo un gatto italiano brevettato.
Ed è qui che la Burmilla diventa interessante per un lettore italiano: nemmeno lei era un progetto. È partita da zero status, da un incrocio non voluto, ed è arrivata al riconoscimento pieno in tutte le federazioni che contano. Il percorso conta più del blasone di partenza.
La Burmilla in famiglia: bambini, anziani, altri animali
Con i bambini funziona bene, e per un motivo preciso: tollera rumore e movimento, e quando ne ha abbastanza si allontana invece di reagire. Resta una regola non negoziabile — una zona di ritiro in alto, inaccessibile ai piccoli, dove la gatta possa dormire senza essere raggiunta. Ai bambini si insegna che il gatto si accarezza dove vuole lui e che il gatto che dorme non si tocca.
Con gli anziani è una compagnia adatta: pesa poco, non richiede uscite, non impone attività fisica impegnativa e ricambia con una presenza costante. L’unica accortezza è pratica: una gatta che gira intorno alle caviglie è un rischio di inciampo, quindi ciotole e cassetta igienica vanno collocate fuori dai passaggi stretti.
Con altri gatti la convivenza riesce quasi sempre, e anzi una seconda gatta è la soluzione più semplice al problema della solitudine. Con i cani di casa tranquilli va d’accordo, purché abbia sempre percorsi in alto per sottrarsi: quando il gatto non c’è i topi ballano, ma quando il gatto ha una mensola su cui salire, in casa non balla nessuno.
PKD1: l’eredità del Persiano, e si trasmette in modo dominante
Il rene policistico felino dipende da una variante del gene PKD1 — la mutazione c.10063C>A, che tronca la proteina. Nei reni si formano cisti che crescono lentamente e riducono il tessuto funzionante; il quadro clinico è quello dell’insufficienza renale cronica, che però può comparire tardi, quando il gatto è già stato riprodotto.
La parola chiave è dominante. Basta una sola copia della variante perché il gatto sia malato: non esiste il portatore sano. Un soggetto positivo trasmette la variante in media a metà dei figli, e ogni figlio che la riceve è a sua volta malato. Ecco perché nelle razze derivate dal Persiano il test non è un vezzo da allevatori pignoli: è l’unico modo per interrompere la catena in una sola generazione.
Il laboratorio di genetica veterinaria dell’Università della California a Davis include la Burmilla fra le razze per cui il test PKD1 è indicato, proprio in ragione della discendenza cincillà. All’ecografia le cisti sono spesso visibili già intorno all’anno di vita, ma il test del DNA si esegue a qualsiasi età, anche su un gattino, e non dipende dall’occhio dell’operatore né dalla qualità dell’apparecchio.
Sulla frequenza reale nella razza va detta la verità. L’unica misurazione pubblicata sulla Burmilla riguarda una casistica australiana di inizio anni Duemila in cui i soggetti positivi erano due su quattordici esaminati. Un campione di quattordici gatti non produce una percentuale di razza: produce un segnale. E il segnale dice «testate», non «una Burmilla su sette è malata».
Ipopotassiemia WNK4: l’eredità del Burmese, e si trasmette in modo recessivo
La seconda malattia si chiama polimiopatia ipopotassiemica episodica e dipende da una mutazione nonsenso del gene WNK4 (c.2902C>T). Il rene disperde potassio, i livelli nel sangue crollano a episodi e il muscolo smette di rispondere.
I sintomi sono riconoscibilissimi, una volta che si sa che cosa cercare: episodi di debolezza improvvisa, andatura rigida e soprattutto la testa che si abbassa sul collo — il gatto non riesce più a tenerla su e cammina con il muso verso terra. Gli episodi durano ore o giorni, sono spesso scatenati da stress o sforzo e si risolvono con l’integrazione di potassio, ma il gatto ne resta affetto per tutta la vita.
Qui la modalità di trasmissione è recessiva: servono due copie per ammalarsi. Chi ne ha una sola è un portatore sano, sta perfettamente bene e nessuna visita clinica lo smaschererà mai. Se si accoppiano due portatori, in media un quarto dei gattini nasce malato, metà portatori e un quarto liberi. È esattamente lo scenario in cui il test cambia tutto: senza test, due gatti sanissimi producono gattini malati e nessuno riesce a capire perché.
La revisione firmata da Malik e collaboratori nel 2015 ha misurato la diffusione della variante nelle razze imparentate con il Burmese. Nella Burmilla i portatori risultarono 17 su 133 soggetti testati, cioè circa il 13%; nel Burmese la quota era più alta, intorno al 20%. La stessa variante circola in Asian, Australian Mist, Bombay, Cornish Rex, Devon Rex, Singapura, Sphynx, Tiffanie e Tonkinese.
La risposta britannica è stata drastica, ed è la prova che il problema è concreto: dal 1° gennaio 2018 il test dell’ipopotassiemia è obbligatorio per tutti i gatti del gruppo Asian iscritti al registro attivo e destinati alla riproduzione. Un soggetto con due copie della variante non può essere riprodotto; un portatore sì, ma solo abbinato a un partner risultato libero.
Dominante o recessivo: perché cambiano le domande da fare
Molti compratori chiedono genericamente «i genitori sono testati?» e si accontentano di un sì. Ma le due malattie richiedono due domande diverse, perché una si nasconde e l’altra no.
Dominante o recessivo: perché cambiano le domande da fare · 6
| PKD1 (rene policistico) | Ipopotassiemia (WNK4) | |
|---|---|---|
| Da quale antenato arriva | Persiano cincillà | Burmese |
| Trasmissione | autosomica dominante | autosomica recessiva |
| Copie necessarie per ammalarsi | una | due |
| Esiste il portatore sano? | no: chi ha la variante è malato | sì, e sta benissimo |
| La domanda giusta | «entrambi i genitori sono risultati liberi?» | «se uno è portatore, l’altro è libero?» |
| Quando si può testare | a qualsiasi età, sul DNA | a qualsiasi età, sul DNA |
Tradotto: per il PKD1 la risposta accettabile è una sola, entrambi i genitori liberi. Per l’ipopotassiemia si può accettare un portatore, purché il partner sia libero — in quel caso nessun gattino della cucciolata sarà malato, anche se metà saranno portatori, e questo va scritto nel certificato. Fidarsi è bene, non fidarsi è meglio: chiedete i referti del laboratorio, non il riassunto a voce.
I numeri che circolano sulla Burmilla e che non esistono
Sulla salute di questa razza girano da anni due percentuali molto citate. Le riportiamo per smontarle, perché finiscono anche nelle schede di allevamento e nelle traduzioni automatiche.
- «Rene policistico: 3–5% nella razza». Nessuno studio produce questo intervallo. L’unico dato pubblicato è la piccola casistica australiana citata sopra, due soggetti su quattordici. Chi scrive «3–5%» sta arrotondando il nulla.
- «Cardiomiopatia ipertrofica: 8–10% nella razza». Sulla Burmilla non esistono dati di prevalenza pubblicati. La cifra intorno all’8% appartiene a un’altra razza: è il risultato di uno studio danese del 2011 sul British Shorthair. Un numero preso in prestito da un’altra popolazione non descrive la vostra gatta.
- «La razza non ha mutazioni ereditarie critiche». È l’affermazione più pericolosa delle tre e contraddice apertamente PKD1 e WNK4, che sono documentati, misurati e testabili.
- «Vive 15–18 anni». L’intervallo realistico è 12–16 anni. Allungare le aspettative sulla carta non allunga la vita del gatto.
La regola che se ne ricava vale per qualsiasi razza: se sotto una percentuale non c’è uno studio, meglio nessuna percentuale. Una cifra verosimile è più pericolosa di una bugia grossolana, perché nessuno si prende la briga di controllarla.
Il mito del gatto ipoallergenico
Su vari siti si legge che la Burmilla produrrebbe circa il 40% in meno di allergene rispetto agli altri gatti. Non è vero, e non lo è per nessuna razza: i gatti ipoallergenici non esistono.
L’allergene principale, Fel d 1, è prodotto da tutti i gatti nella saliva e nelle secrezioni della pelle, e si diffonde in casa con la polvere e con il pelo. Le quantità variano moltissimo, ma la variabilità tra un individuo e l’altro è più ampia di quella tra una razza e l’altra: due Burmilla sorelle possono comportarsi in modo diverso, e un maschio intero ne produce in media più di un maschio castrato.
Che fare, allora, se in famiglia c’è una persona allergica. Prima di tutto parlarne con un allergologo; poi passare del tempo con quella gatta specifica, più volte e a distanza di giorni, invece di fidarsi dell’etichetta di razza. In casa aiutano la sterilizzazione, l’aspirazione frequente con filtro adeguato, il lavaggio regolare dei tessuti e la scelta di tenere la camera da letto come zona senza gatto. Ma nessuna di queste misure trasforma un gatto in un gatto ipoallergenico.
Scegliere il gattino: qui la carta canta
La Burmilla non è una razza diffusissima in Italia, e questo espone a due rischi opposti: la lunga attesa presso un allevamento serio, oppure l’annuncio comodo con un gattino subito disponibile. Se un annuncio è troppo comodo, gatta ci cova. Ecco la lista di controllo minima.
- Il certificato di iscrizione al Libro genealogico, emesso dall’associazione e non dall’allevamento. Chiedete di vederlo, non di sentirne parlare.
- I due referti dei test del DNA dei genitori: PKD1 e ipopotassiemia WNK4. Sono documenti di laboratorio, con nome del gatto, numero di microchip e data.
- La visita in loco: dove vivono i gattini, se stanno in casa con la madre, se sono abituati al rumore di aspirapolvere, campanello e televisione. La socializzazione si fa lì, non dopo.
- L’età alla consegna: un gattino che lascia la cucciolata troppo presto paga in comportamento per anni. Le dodici settimane sono un buon riferimento, anche perché prima di quell’età un gattino non può essere vaccinato contro la rabbia e quindi non può viaggiare regolarmente fra Paesi.
- La documentazione sanitaria: libretto con le vaccinazioni effettuate, trattamenti antiparassitari, eventuale microchip già applicato e già registrato.
Su un punto conviene essere netti: l’abito non fa il monaco, e un gattino bellissimo con documenti assenti resta un gattino senza documenti. Il velo argentato si vede in fotografia, il rene policistico no.
Anagrafe felina: in Italia è una mappa a macchia di leopardo
Che cosa dice la legge italiana sui gatti
Viaggiare in Europa con la Burmilla
Per spostarsi fra Paesi dell’Unione europea servono tre cose, e soprattutto nell’ordine giusto: prima il microchip, poi la vaccinazione antirabbica, poi il passaporto europeo rilasciato da un veterinario abilitato. Mettere il carro davanti ai buoi qui ha una conseguenza concreta: se il chip viene applicato dopo il vaccino, la vaccinazione non vale ai fini del viaggio e va ripetuta.
La vaccinazione antirabbica non si somministra prima delle dodici settimane di vita e diventa valida per gli spostamenti soltanto dopo un periodo di attesa dalla data di inoculazione. Un gattino molto giovane, quindi, non può muoversi legalmente fra Paesi: è un buon promemoria quando un annuncio propone la consegna immediata di un cucciolo appena nato all’estero.
Per il viaggio in sé la regola d’oro è che il trasportino non sia una sorpresa: lasciatelo aperto in casa per settimane, con una copertina dentro, così diventa una cuccia e non una trappola. Una gatta abituata al trasportino viaggia in silenzio; una gatta che lo vede per la prima volta il giorno della partenza, no.
Curiosità sulla Burmilla
- Il nome è una crasi: Burmese più chincilla. Poche razze dichiarano i genitori già nel nome.
- La cucciolata fondatrice del 1981 era composta da quattro femmine, tutte a pelo corto e tutte argentate.
- La Burmilla è una delle cinque varietà del gruppo Asian: le altre sono Self, Smoke, Tabby e la semilunga Tiffanie.
- Nel sistema FIFe la Tiffanie compare fra le razze non riconosciute, mentre in Gran Bretagna ha il Championship pieno dal 2003: stessa gatta, due carriere espositive diverse.
- In italiano il gatto ha sette vite, in inglese nove. La Burmilla, casalinga e prudente, tende a non consumarne nessuna.
- Il contorno scuro degli occhi non è trucco né una macchia: è il punto in cui il velo argentato si interrompe e il pigmento resta.


